Ma stati sulla luna? Lotte tra “cospirazionisti” e non…

A quasi 50 anni dal celebre primo sbarco dell’uomo sulla Luna, i dubbi che circondano l’Apollo 11 e le successive missioni Apollo non si sono ancora del tutto diradati e, come dimostrano recenti dibattiti, rappresentano ancora un terreno di acceso confronto.

Da un lato, infatti, si ha una certa letteratura – definita, in maniera tendenzialmente dispregiativa, “cospirazionista” – sviluppatasi a metà degli anni Settanta che ha mostrato come vi siano numerose incongruenze nelle fotografie e in aspetti tecnici relativi alle missioni. Dall’altro lato si hanno libri nati con il preciso fine di smontare queste tesi a priori, senza chiedersi se non vi possano essere elementi di veridicità nelle ricostruzioni effettuate dai “cospirazionisti”.

Entrambi atteggiamenti che possono portare molto lontani dalla realtà. Il primo, infatti, è a volte accompagnato da una certa ingenuità di fondo che può indurre a ritenere insoliti degli elementi che, invece, a un esame più attento, non si rivelano tali. Questa attitudine, però, quantomeno è spinta dalla curiosità di cercare di capire se vi siano realmente degli aspetti che si pongono in contrasto con le ricostruzioni ufficiali.

Dall’altro lato, invece, l’atteggiamento di coloro che si limitano a voler smontare queste tesi “a ogni costo” fa sì che il loro assunto di partenza sia inconsciamente il seguente: “Le analisi effettuate da questi soggetti sono necessariamente errate e false, per cui occorre smontarle a prescindere dal dato reale”.

Così facendo si perde di vista il principio cardine che dovrebbe ispirare qualsiasi ricerca: la neutralità. Non si tratta, infatti, di schierarsi in fazioni politiche o calcistiche, semplicemente occorre cercare di capire nel modo più pacato possibile dove stia la verità.

Il primo libro-denuncia dall’ingegnere della Nasa

Il primo ad aver palesato i propri dubbi sulle missioni Apollo è stato Bill Kaysing, ex ingegnere della Rocketdyne Research – l’azienda che produceva i motori dell’Apollo per la Nasa – dubbi che sfoceranno nel libro-denuncia We never went to the Moon.

Kaysing, infatti, ha affermato che gli Stati Uniti, pur di vincere la corsa alla Luna contro l’Unione Sovietica e rispettare la tempistica auspicata da Kennedy, avrebbero “truccato” le fasi finali di questa corsa.

Da un punto di vista tecnico, i test precedenti l’Apollo 11 avevano mostrato un numero di problematiche imbarazzanti che andavano fortemente a cozzare con il “mantra” cui si ispirava la corsa alla Luna, vale a dire il detto secondo cui “il fallimento non era un’opzione”. Test che, proprio per la generale difettosità emersa, lanciavano un’ombra inquietante sulle percentuali di riuscita delle missioni lunari.

Per questa ragione, da un punto di vista di convenienza, le motivazioni per simulare lo sbarco sulla Luna, ricreandolo all’interno di un set cinematografico, erano numerose e riassumibili come segue:

1. Volontà di vincere la corsa alla Luna, spezzando gli sforzi dei sovietici.

2. Trarre un ritorno di immagine notevole agli occhi di tutto il mondo andando a piantare la bandiera degli Stati Uniti sul suolo lunare.

3. Ridurre a zero il rischio di una tragedia in mondovisione, creando invece ad arte un’operazione con percentuale di successo pari al 100%.

Motivazioni molto forti, che spesso vengono totalmente ignorate da coloro che si rifiutano persino di esaminare le prove addotte dai “complottisti”. Parola assolutamente abusata e utilizzata per tacciare chiunque osi porre in dubbio qualsivoglia versione ufficiale.

Il perché, con lo specifico riguardo alle missioni Apollo, è stato brillantemente analizzato dal sociologo e ricercatore Roberto Pinotti, ex presidente del Centro Ufologico Nazionale nonché autore di oltre 30 saggi:

«Infatti, un evento come la conquista della Luna, un’impresa ormai entrata a pieno titolo nel nostro immaginario collettivo, ha assunto una dimensione epica e – vorremmo dire – sociologicamente “necessaria”, e affermare che l’Apollo XI non vi è mai sbarcato sarebbe un po’ come dissacrare un mito moderno».

Illustri fotografi lo sostengono: finte le foto dello sbarco sulla Luna

Un’eventuale messinscena come quella lunare può apparire, a prima vista, come qualcosa di eccessivo, esagerato e irrealistico. Quando però a esprimersi sulla falsità di certe foto ufficiali Nasa sono soggetti come Giulio Forti, editore della rivista «Fotografia Reflex» e autore di molti libri di fotografia, ecco che occorre iniziare a guardare in maniera diversa quella che, a prima vista, potrebbe apparire come una provocazione.

Negli anni Novanta, intervistato da Lorenza Foschini per la trasmissione Rai “Misteri”, Forti ebbe a dichiarare che: «Le foto rappresentano una situazione non reale. Il problema, ora, è capire perché siano state mai proposte al mondo come autentiche» .

Ancora più critica la posizione della rivista «Fotografare», che sul numero 8 del 1989 pubblicò: «Le famose foto degli americani sulla Luna (finalmente si può raccontare) sono state fatte sulla Terra, di notte, con illuminazione artificiale. Questo si vede chiaramente osservando le foto, ma la gente ha creduto in massa alle spiegazioni che hanno diffuso».

Pareri che pesano, considerando la competenza tecnica di chi li ha espressi nell’analizzare fotografie e nel poter quindi smascherare eventuali sofisticazioni e ricostruzioni all’interno di studi.

Per inciso, il tema della ricostruzione su un set terrestre delle missioni Apollo precede persino il testo di Bill Kaysing del 1976. Già nel 1971, infatti, nel film “Agente 007 – Una cascata di diamanti”, vi è una scena in cui si vede un paesaggio lunare, due astronauti si stanno muovendo a rilento nelle vicinanze di una sorta di rover con tanto di bandiera degli Stati Uniti infissa al suolo, quando l’inquadratura indugia verso le finte montagne dello sfondo e da esse appare il volto di James Bond, nascosto. Inseguito, Bond irrompe sul set, supera gli astronauti e sale su questo veicolo lunare, lo mette in moto ed esce dal set squarciando una finta parete di cartone, per poi uscire all’esterno. Ciò non prova nulla, ma è indicativo di come certe voci si fossero sviluppate quasi in concomitanza con l’Apollo 11.

Stanley Kubrick e Front Screen Projection (proiezione su schermo frontale)

Occorre capire se possa essere plausibile o meno uno scenario che abbia visto la messa in atto di una farsa di alto livello, studiata per riuscire a rispettare l’auspicio di Kennedy di mandare un americano sulla luna entro la fine del decennio e allo stesso tempo ridurre a zero i numerosi rischi che una vera missione lunare avrebbe comportato, rischi che, come già espresso in precedenza, non potevano assolutamente essere corsi perché “il fallimento non rappresentava un’opzione”.

Già nel 1964, il regista Stanley Kubrick aveva iniziato a mettersi al lavoro per il suo film “2001 Odissea nello Spazio”. Uno dei problemi con cui dovette subito confrontarsi fu quello di cercare di far sembrare realistiche le scene ambientate sulla superficie della luna, ricreando il tutto su un set che fosse sufficientemente ampio da poter sembrare davvero girato sulla Luna.

Il sistema che Kubrick ritenne più adatto ai suoi scopi fu quello cosiddetto “Front Screen Projection” (proiezione su schermo frontale): non fu una sua invenzione ma indubbiamente egli fu il regista che ne fece il più ampio uso, perfezionandone altresì la tecnica. Si tratta di un sistema che consente di proiettare una scena dietro agli attori in modo che sembri che gli attori stessi si stiano muovendo in un set la cui profondità non è reale ma è fornita dal “Front Screen Projection”

Come evidenziato da Jay Weidner, tipico esempio dell’utilizzo di questo sistema è quello della scena in cui si vede un gruppo di scimmie in primo piano su uno sfondo fatto di numerose montagne. La scena è stata tutta girata al chiuso, mentre lo sfondo è stato fotografato e poi proiettato su uno schermo posizionato dietro il set.

Elemento ricorrente è rappresentato da un primo piano maggiormente ricco di dettagli, cui si contrappone un secondo piano meno preciso, diviso da una cesura evidenziata da linee bianche.

Il problema è che, a prescindere dal fatto se sia stato Kubrick o meno, pure in alcune foto provenienti dalle missioni Apollo è possibile notare l’utilizzo dello stesso sistema, che si autorivela proprio per la presenza di questa sorta di cesura tra terreno “reale” e sfondo proiettato.

In alcune foto della missione Apollo 17, infatti, si può notare come leggermente dietro il rover sia nettamente percepibile una sorta di cesura tra il primo piano e lo sfondo. Infatti, oltre questa cesura si può notare come lo sfondo cambi, sia meno particolareggiato all’improvviso e mostri appunto una trama differente dovuta al fatto che la grana della ricostruzione a schermo era leggermente diversa rispetto a quella della superficie di cui in primo piano.

Oggetti in primo e secondo piano entrambi a fuoco: com’è possibile?

Vi è un ulteriore elemento che rappresenta la “pistola fumante” dell’utilizzo del Front Screen Projection: la profondità di campo. In fotografia, più larga è la pellicola, minore è la profondità di campo. Una pellicola da 16 mm ha una notevole profondità di campo, mentre una da 35 mm ne ha minore e quella da 70 mm usata da Kubrick in “2001: Odissea nello Spazio” e dagli astronauti delle missioni Apollo ha una profondità di campo ancora più ridotta. Ciò significa che utilizzando una pellicola da 70 mm risulta teoricamente impossibile che due oggetti distanti tra loro risultino entrambi a fuoco nella stessa maniera, dal momento che uno dei due dovrà apparire fuori fuoco. Nelle scene iniziali di “2001: Odissea nello Spazio” si può osservare come sia le scimmie sia il deserto sullo sfondo siano ugualmente a fuoco, il che è reso possibile proprio dall’utilizzo del Front Screen Projection, dato che lo sfondo non è realmente distante ma è proiettato su uno schermo. Anche nelle missioni Apollo si può notare la stessa anomalia per cui oggetti vicini e oggetti lontani risultano tutti ugualmente a fuoco.

Le fotocamere degli astronauti, anch’esse equipaggiate di pellicole da 70 mm, avrebbero incontrato le stesse difficoltà di messa a fuoco se si fossero realmente trovati sulla luna e avrebbero dovuto provare a regolare il fuoco in maniera diversa a seconda degli scatti che dovevano effettuare.

A ciò si unisce l’impossibilità di vedere cosa e come si stesse fotografando, considerazione che rende davvero impensabile la percentuale di scatti perfetti di cui all’Apollo 11. Tutti aspetti che sono stati accuratamente presi in esame da vari esperti di fotografia i cui giudizi sulla natura del materiale fotografico delle missioni Apollo sono infatti netti nell’evidenziare anomalie e stranezze spiegabili esclusivamente ipotizzando l’utilizzo di un set cinematografico.

Per concludere

Ciò che emerge con la chiarezza e la forza che le analisi tecnico-fotografiche hanno dato, è come poco meno di cinquant’anni fa si sia assistito a una messa in scena sofisticatissima, soprattutto da un punto di vista psicologico. Infatti, pur in presenza di prove forti che dimostrano la falsificazione dello storico sbarco del luglio del 1969, quegli istanti, quei video e quelle fotografie sono però entrati nell’immaginario collettivo assurgendo a livello di mito di fondazione dell’epoca moderna.

Proprio in quanto mito, inteso nel senso etimologico greco di narrazione sacrale, la natura di queste missioni è protetta da una sorta di tabù nel senso che per tantissime persone, specie per chi ha avuto l’occasione anagrafica di vedere il tutto in diretta, essa rappresenta un punto fermo della propria infanzia.

Difficile, quindi, pensare di poter scardinare una narrazione circonfusa di tale sacralità senza incorrere nella reazione dello schiavo di platonica memoria che, liberato dalle catene e con la faccia rivolta verso l’uscita della caverna, rimane abbagliato dalla luce del sole e preferisce ritornare verso le ombre.

via UnoEditori

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di Umberto Visani, autore di Mai stati sulla luna?, è laureato in Giurisprudenza e fin dall’adolescenza si interessa di ufologia, archeologia misteriosa, antropologia, tradizioni e criptozoologia.