L’articolo che vi proponiamo oggi nella nostra rubrica “Aeramya” di Hack the Matrix, rende protagonista l’Egitto e in particolare il misterioso fascino delle Piramidi di Giza.

PIRAMIDI DI GIZA

Ci concentriamo sulla Grande Piramide, conosciuta come “Piramide di Cheope” o “Piramide di Khufu”. Sembra essere, a seconda delle testimonianze, la più antica delle meraviglie d’Egitto. Ultimamente è stata anche sotto i “riflettori” per la scoperta che ha coinvolto i ricercatori del progetto internazionale ScanPyramids. Da due anni indagano all’interno della Piramide usando tecniche di rilevamento basate sulla fisica delle particelle. In breve è stata scoperta una nuova cavità dalle dimensioni simili alla Grande Galleria. Nonostante ce ne sarebbe molto da dire riguardo questa meraviglia imponente 139m, oggi vogliamo concentrarci su un fenomeno di cui non tutti sono a conoscenza e riporteremo anche un’esperienza.

PIRAMIDE DI CHEOPE

Intorno agli anni Novanta, sulla scia di una teoria lanciata da Mario Pincherle alcuni anni prima, molti archeologi hanno iniziato a considerare la possibilità che la Grande Piramide di Giza non fosse altro che una sorta di scudo protettivo, un involucro atto a proteggere secondo loro una “torre di granito”, denominata Djed. In effetti lo spaccato interno rappresentato da Camera del Re e soprastanti “Camere di Scarico” richiamano molto la forma dello Djed, un simbolo legato al culto di Osiride, che si diceva rappresentasse la sua colonna vertebrale e che secondo alcune mitologie, era uno strumento che gli antichi Egizi usavano per viaggiare nel tempo, e forse anche nello spazio.

DJED – TORRE DI GRANITO

Per il momento non vi sono prove scientifiche che avvalorino con certezza la tesi, ma solo testimonianze soggettive, a partire dalla testimonianza di un archeologo italiano, che però ha preferito mantenere l’anonimato, vista la particolarità dell’esperienza e ripresa dalle telecamere della trasmissione Voyager alcuni anni fa:

“Era il 1988, alle 9 di mattina, con una amica, ci recammo all’interno della Camera del Re. Non c’erano turisti. Solo noi due. Eravamo molto stanchi. Improvvisamente vidi una specie di luce, bianco azzurrognola, molto intensa. Istintivamente mi appoggiai alla parete e mi rilassai per un attimo. Poi chiamai la mia amica, controllammo gli orologi, e decidemmo di uscire perché era già passato qualche minuto. All’esterno incontrammo un guardiano che si lamentò del fatto che eravamo rimasti all’interno della piramide per tre ore. Secondo i nostri orologi erano passati solo 11 minuti. Razionalmente non posso dare spiegazioni, a livello intuitivo dico che si è trattato di un blocco del tempo”.

Cosa c’è di vero in tutto questo?

Mario Pincherle nel libro “La Grande Piramide e lo Zed” (Macro Edizioni, 2000) pone l’accento sulla costruzione e sulla perizia tecnica dimostrata dagli antichi architetti nella costruzione della Piramide, e si concentra in modo particolare su un edificio di valore ancora più inestimabile della stessa piramide che lo contiene, appunto lo Djed. La muratura nn sarebbe altro che un enorme nascondiglio atto a proteggere una torre che governa lo spazio-tempo, inglobato nella struttura con un preciso scopo, ossia quello di trovarsi nel punto esatto nell’istante in cui l’Universo si conformerà in un’immensa congiunzione astrale in grado di aprire un portale, o cmq dilatare lo spazio-tempo e svelare la vera propria e ultima funzione della torre di Osiride, una vera e propria “macchina del tempo” dal fine escatologico.

Una ipotesi che rappresenta un totale punto di rottura con le precedenti acquisizioni storico e scientifiche, pur nell’esposizione della tesi, molto in linea con il canone ufficiale e positivo. La conclusione è chiaramente indimostrabile; eppure nella Grande Piramide nn vi è la prova che qualcuno vi sia stato sepolto, gli esperimenti solitari all’interno della costruzione hanno invece dimostrato esperienze quasi “paranormali” (perdita del senso temporale, dilatazioni crono-spaziali, allucinazioni).

La Camera del Re altro non sarebbe che non la prima parte di quattro camere presenti all’apice della torre, punto nodale di tutta la struttura. Lo stesso  Napoleone volle trascorrere una notte completamente solo adagiato nel sarcofago della Camera del Re. Il giorno dopo ne uscì talmente scosso e disorientato che in seguito non volle raccontare a nessuno quella strana esperienza, nemmeno sul letto di morte.

CAMERA DEL RE – PIRAMIDE DI CHEOPE

Mentre la restante muratura è formata da blocchi di calcare pesanti nella media 2,5 tonnellate, i blocchi di granito scuri, che formano la Camera del Re e le soprastanti “camere di scarico” pesano fino a 70 tonnellate ciascuno. Come riuscirono a trasportarli e a sollevarli? Come mai è presente del granito nero di Assuan, di preziosa manifattura, in una piramide per il resto formata da blocchi calcarei di Turah, un comune calcare della zona? Questa è la chiave di volta. Forse nascondere una torre in grado di agire sullo spazio-tempo era un motivo più che serio?

La cosa davvero sorprendente è che la Camera del Re, sancta sanctorum dell’intero monumento sembra non poggiare direttamente sul resto della struttura. Risiede infatti all’interno di una camera d’aria, formata da intercapedini riempite con sabbia quarzifera del Sinai, una tipo di sabbia “speciale” in grado di risuonare ed emettere vibrazioni. Il sarcofago in granito rosa, invece, risulta scolpito in un unico blocco geometricamente perfetto e scavato con una precisione disarmante, forse da moderne attrezzature, non certo dai scalpelli di rame in voga all’epoca.

PIRAMIDE DI CHEOPE CAMERA DEL RE – SARCOFAGO

Una tradizione particolarmente antica sostiene che i blocchi erano tagliati con “scalpelli di luce divina”, un’affermazione che richiama alla mente le lavorazioni con il laser. Cosa dire allora delle “camere di scarico” poste al di sopra della Camera del Re? A cosa servivano delle stanze così costrette e all’apparenza inutili?

Nel 1765 l’archeologo Nathaniel Davison, mentre stava percorrendo il cuore della piramide si trovò alla fine della Grande Galleria, a quel punto gli parve di sentire un curioso eco provenire dall’alto, sollevò quindi una grande candela per osservare l’alto muro sopra di lui. Nel punto di congiunzione con il soffitto e la parete finale in effetti mancava un blocco, come se fosse l’entrata di un piccolo tunnel, che esaminò il giorno dopo con l’aiuto di una scala. Addentratosi carponi in un tunnel lungo circa dieci metri giunse ad una stanza alta appena novanta centimetri il cui pavimento irregolare era formato dai lastroni che costituivano il soffitto della Camera del Re.

Le altre quattro stanze furono scoperte dal colonnello Howard Vyse aprendosi dei varchi con l’utilizzo della dinamite, l’ultima di queste stanze aveva il soffitto a spiovente come quello di una casa. Secondo gli egittologi lo scopo di queste camere era quello di alleggerire la pressione esercitata dalla struttura sulla sottostante Camera del Re per evitare, in caso di terremoto, che le vibrazioni potessero raggiungerla. Ma non vi sono prove. Bastava una Camera del Re costruita con un tetto a spiovente per risolvere il problema.

Il fatto particolare e che balzava subito all’occhio è che i lastroni delle camere di scarico sono levigati e resi lisci nella parte che costituisce il soffitto e lasciati grezzi e di altezze variabili in ciò che forma i pavimenti. Perchè? Sicuramente era una cosa voluta dagli antichi costruttori e inoltre il contatto tra calcare e granito è diretto e non separato da un’intercapedine. Camera del Re e soprastanti camere di scarico dovevano vibrare come “blocco unico” quando la torre Djed dello spazio-tempo era in funzione?

Il fisico Tom Dunley ha stabilito che la sabbia delle intercapedini presenta un alto contenuto di metalli ed è formata quasi per intero da quarzo. L’enigma sta proprio in questo. Appare quindi l’intenzionalità nell’usare specifici materiali per ottenere delle risonanze particolari, forse per “modificare il tempo”. Il quarzo, infatti, è in grado di risuonare come una campana e generare energia costante. Risonanze come quelle prodotte dal quarzo sono in grado di alterare anche l’attività cerebrale e altre funzioni biologiche come il livello di coscienza ad esempio.

Le dimensioni del sarcofago sono tali da produrre un’amplificazione acustica in grado di innescare una serie di meccanismi purtroppo ancora oggi sconosciuti. Lo stesso archeologo W. M. Flinders Petrie quando cercò di percuotere il sarcofago disse che “risuonò come una campana” ed emise una vibrazione particolare e quasi “ultraterrena”.

Siamo in presenza di una torre, lo Djed, o di un congegno che, sfruttando l’energia sonica prodotta da qualche particolare vibrazione indotta dal quarzo e dal granito, riusciva ad aprire una porta spazio temporale oppure avere effetti sul tempo o sulla psiche umana?

Forse un procedimento messo in atto dai sacerdoti Egizi in un rituale per tramandare l’antica conoscenza agli iniziati e tenere vivo nella mente il ricordo di un’epoca remota, lo Zep Tepi, il Primo Tempo degli Dèi, quando Osiride camminava in mezzo agli uomini?

Non possiamo esserne certi ma la teoria è affascinante e la casistica fa pensare, dato che oltre a Pincherle, altri sono stati protagonisti di questo misterioso fenomeno. Per vedere il pezzo tratto dalla puntata di Voyager guardate il video a fine articolo.

Articolo di Aeran & Maya – Hackthematrix

https://www.youtube.com/watch?v=Az135wAKQhU